“Cicon” mostra di Gianfranco Asveri
Mostra personale di Gianfranco Asveri, a cura di Luciano Caprile. Inaugurazione: 11 maggio ore 17.30…
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Finale ligure è il risultato dell’unione di quattro comuni indipendenti che diventarono un’unica città quando furono accorpati, durante l’epoca fascista, con il R.D. n. 383 del 1927.
La parte più antica della città è Finalborgo, uno dei borghi più belli d’Italia, cuore del marchesato del Finale tra il XII e il XVIII secolo.
Il nome Finale compare per la prima volta il 23 marzo del 967 nel diploma con il quale l’imperatore del Sacro Romano Impero e re d’Italia Ottone I costituisce la marca Aleramica; tuttavia in un primo tempo la sua importanza fu marginale poiché il territorio del Finale era parte di un più vasto feudo che comprendeva anche Savona e un’ampia zona delle Langhe.
In seguito il feudo diventò possesso di Bonifacio Del Vasto, discendente della stirpe Aleramica che lo divise tra i sui otto figli, avuti dalle nozze con Agnese di Vermandois.
La parte del marchesato di Savona (corrispondente all’incirca all’attuale diocesi di Savona) andò al suo quinto figlio Detto il Guercio che in seguito venne infeudato nel 1162 da Federico Barbarossa, dando così vita alla stirpe dei marchesi di Savona che presero tutti il nome Dei Del Carretto.
L’importanza della zona aumenterà esponenzialmente da quando intorno al 1185 si verificò lo smantellamento dell’assetto feudale della marca Savonese a causa della progressiva acquisizione dei poteri comunali da parte dei Comuni di Savona e Noli e della conseguente limitazione dei poteri feudali.
Enrico reagì trasferendosi a Finale, ultimo baluardo dei suoi possedimenti , dove prese residenza mantenendo il suo titolo nobiliare di Marchese.
Lo strano soprannome di Enrico sembra provenire dal termine “wert” (in tedesco “valoroso”), ottenuto per la sua partecipazione alla seconda crociata e successivamente latinizzato in “wertius” e storpiato in “guercio”.
Lo stemma carrettesco simbolo del marchesato è un quadrato d’oro con cinque bande rosse; questa sua forma sembra dovuta a un’impresa di Enrico I che durante la crociata sarebbe stato scelto come campione, dovendo sfidare in singolar tenzone un nobile musulmano, il principe di Joppe.
Nel Bellum Finariensis di Gianmario Filelfo cronista dell’epoca, l’evento è spiegato nei minimi particolari e da questo scontro sarebbero dipesi non solo la sorte personale del futuro marchese ma anche, secondo le regole della cavalleria, il destino dell’intera battaglia.
Enrico esce vincitore dal duello e, a ricordo del combattimento fortunato, conserva il turbante dell’avversario, i cui colori e strisce diventano il suo stemma araldico.
Lo scontro però ha come conseguenza la compromissione di un occhio e ciò sarebbe il motivo per cui il soprannome tedesco wert (=valoroso) si storpia nell’italiano guercio.
Oggi il Borgo del Finale, chiuso tra mura medioevali ancora ben conservate, intervallate da torri semi circolari e interrotte solo in corrispondenza della porta, offre subito al visitatore una sensazione di protezione.
L’antica concezione difensiva e comunitaria sopravvive nel reticolato delle vie, disposte perpendicolarmente tra loro a formare scorci affascinati in spazi contenuti.
Percorrendo gli stretti vicoli si sfocia a sorpresa in piazze e piazzette simili a salotti dove si può godere un rispettoso silenzio, gustando magari un delizioso gelato.
La “pietra del Finale”e l’ardesia adornano i portoni, si modellano in colonne in ornamenti.
Al visitatore attento non sfuggirà che sui muri del borgo sono situate targhe che indicano il livello dell’acqua nell’alluvione del lontano 1900.
Se i grandi monumenti (i palazzi rinascimentali e barocchi, la Basilica di San Biagio, il Complesso di Santa Caterina e – fuori le mura – Forte San Giovanni e Castel Gavone) esprimono, per cosi dire, la forza e la solennità del borgo, i negozi e le botteghe artigiane ne rappresentano la vivacità.
Questo è, infatti, un luogo vivo, abitato, dove le piazze moltiplicano i momenti d’aggregazione e le attività commerciali (un patrimonio di creatività plasmato nella pietra del Finale, nella ceramica, nel vetro e nel ferro) si integrano armoniosamente nel tessuto urbano.
Nel 2004 l’intero rione entra a far parte, insieme ad altri piccoli gioielli paesaggistici della Liguria, del Club “i Borghi più belli d’Italia” anche grazie all’aria salubre che vi si respira visto che l’intera zona è stata esclusa al passaggio auto (con la sola eccezione delle auto dei residenti e della fascia oraria dalle ore 9:00 alle ore 15:00 ma limitatamente a via Lancillotto e a via Dell’Annunziata).
In definitiva Finalborgo, unico rione di Finale che non si affaccia sul mare, è il luogo ideale per una vacanza di tipo culturale o per una gita fuori porta o come punto di partenza per un’escursione in mountain-bike o un trekking fra le erbe aromatiche o per una estrema arrampicata sulle falesie circostanti: Finalborgo è stato scelto dal popolo outdoor come punto d’incontro e condivisione delle proprie esperienze.
Il secondo rione è Finalmarina situato immediatamente dopo Finalborgo continuando in linea retta per circa 1,5 Km verso il mare.
In questo rione è possibile arrivare in treno scendendo alla stazione di Finale Ligure Marina.
La sua via principale, via Pertica è ricca di negozi ed è il luogo ideale dove fare acquisti prima di andare a raggiungere i propri amici nella spiaggia a quattro passi.
Finalmarina è dominata da Castel Franco, fortificazione di origine genovese che ricorda le terribili guerre avvenute in passato tra la Repubblica di Genova e il Marchesato del Finale.
Oltre alla bellissima passeggiata a mare all’ombra delle palme, denominata Lungomare Augusto Migliorini in onore di uno dei più importanti sindaci di Finale del secolo scorso, la zona offre ottimi ristoranti agli amanti della buona tavola.
Nella piazza centrale di Finalmarina, detta Piazza di Spagna, si staglia l’arco di Margherita di Spagna, eretto in memoria del passaggio dell’infanta di Spagna mentre andava in sposa a Re Leopoldo d’Austria.
Molto interessante risulta essere la Pieve del Finale, monumento paleocristiano e altomedioevale scoperto in seguito agli scavi avvenuti tra il 1940 e il 1945 sotto la Chiesa dei Padri Cappuccini; questo punto segna ancora la località ad Fines ove convenivano in epoca remota gli abitanti dei dintorni per darsi un’organizzazione comune.
Il termine Finale infatti è stato dato alla città in epoca Romana perché il territorio dell’attuale città indicava la zona di confine tra due popolazioni liguri: gli Ingauni (Albenganesi) e i Sabazi (Savonesi) e successivamente il confine fra i territori liguri assoggettati all’impero romano e i federati Ingauni. Il periodo Longobardo la vide confine di ducato cosa che ancora si legge nel confine fra diocesi. Curiosamente questa situazione fa si che i territori comunali a ponente del corso del fiume Pora siano di competenza della diocesi di Albenga e quelli a levante, di quella di Savona.
La chiesa che oggi sorge sulla Pieve è Sacra a San Giovanni Battista, e fu per circa 10 secoli la chiesa battesimale di tutto il Finale.
A partire dal 1565 divenne sede di un convento di Frati Cappuccini.
In origine la chiesa doveva possedere una sola navata: in seguito diventò a tre . A destra dell’altare troviamo affissi al muro i resti di un’iscrizione funeraria indicante la data probabile della chiesa: anno 517 d.c.
Assolutamente da visitare è la basilica di San Giovanni Battista, uno spettacolare tempio barocco della Liguria, opera di architetti locali educati alla scuola del Bernini. La prima pietra della chiesa fu posta il 7 aprile 1619 e fu aperta al culto nel 1675.
La Basilica sorge su una piazza raccolta che conserva tutto il suo colore seicentesco.
L’interno ha grande armonia e semplicità di forme ed il gusto barocco risulta temperato dalla tradizione classica.
Continuando lungo la costa, nella valle del fiume Sciusa, si incontra il terzo rione: Finalpia .
La parte più antica del rione è costituita dal Santuario di S Maria Pia, composto da una chiesa e da una bellissima abazia benedettina con annesso un piccolo negozio dove si possono acquistare i prodotti erboristici e dell’apicoltura che la saggezza antica dei monaci rende unici.
L’intero complesso trae origine da una chiesa medioevale, la cui prima notizia risale all’anno 1302. Il bel campanile romanico ancora intatto risale alla fine del scolo XIII.
Nella cuspide, in pietra squadrata, la sommità venne distrutta da un fulmine nel 1966 e fu in seguito restaurata.
Questo edificio è, in riviera, il più duro e intatto esempio di campanile duecentesco.
Nel 1477, per la munificenza del marchese cardinale Carlo Domenico Del Carretto, fu decisa la costituzione di un monastero affidato ai benedettini. Col convento fu allora costruito il chiostro, in pietra del Finale, che venne terminato solo in epoca moderna.
Il resto dell’abitato si snoda dalla costa verso l’entroterra; molto panoramica è Via Castelli che si conclude con un bellissimo punto di osservazione sul litorale noto come Belvedere.
Il resto del rione si allontana dal mare penetrando all’interno della vallata fino a raggiungere la frazione di Calvisio, dove si trovano alcuni antichi palazzi del XVII secolo, tra i quali il Palazzo Buraggi, il Palazzo Pertica, oltre a Villa Buraggi in stile rinascimentale. Interessante la Calvisio vecchia oggi Lacremà che tra le sue antiche pietre conserva tradizioni esoteriche.
Un’altra frazione degna di menzione è Verzi, forse la frazione meno comoda da raggiungere ma la più interessante per la presenza nella vicina Valponci che prende il nome dai ponti di epoca romana sulla via Julia Augusta, 3 dei quali ancor oggi in uso.
Il quarto rione è quello di Varigotti che si trova al confine orientale del comune di finale, compreso tra il Porto Turistico e Capo Noli.
L’abitato di Varigotti ha una posizione geografica magnifica ed un clima tra i più miti di tutto il ponente ligure anche grazie all’altopiano delle Manie alle sue spalle che lo protegge.
Sin dall’antichità questo luogo (come tutto il finalese) è sempre stato popolato dall’uomo grazie ai moltissimi anfratti e rupi a strapiombo sul mare e successivamente da un nucleo di liguri pescatori e marinai.
Il nome stesso di questa località è di origine preromana (Varigottis) ma l’importanza a livello di cittadina viene raggiunta in epoca tardo imperiale e bizantina, con la costruzione dell’importante approdo marittimo (ancora riconosciuto secoli dopo dallo stesso ammiraglio Andrea Doria come migliore porto naturale della Riviera di Ponente) e del Castrum,di una giurisdizione.
Con l’invasione dei Longobardi e la relativa conquista della regione, il re Rotari attacca e distrugge nel 641 il Castrum e la civica di Varigotti. Distrutta la fortezza e in parte il porto, la località perde la sua importanza amministrativa, ma rimane vivo l’insediamento monastico di S. Lorenzo, che sarà uno dei centri di rinascita benedettina, attraverso la restituzione alla Chiesa del territorio confiscato da Rotari; pertanto Varigotti diventa possedimento del Vescovo di Albenga prima sotto la diocesi di e successivamente sotto quella di Noli. Con l’avvento della casata dei Del Carretto, Varigotti assume nuovamente importanza e prospettiva e l’antico porto ne diviene base di difesa e di attacco marittimo.
Nel 1341, dopo l’ennesima guerra che vede contrapposti i marchesi Del Carretto e Genova e con la conseguente sconfitta dei primi, la “Superba” attua l’interramento del porto e dell’intera Baia, per prevenire la rinascita di una potente marineria che nuoceva ai propri traffici.
Nel frattempo sorse a ponente del Castrum un nuovo borgo con una nuova chiesa affiliata alla Pieve del finale.
Questo luogo durante il Medioevo fu scenario di numerose incursioni di pirati saraceni contro cui la popolazione combatteva strenuamente anticipando i loro attacchi attraverso la serrata vigilanza svolta dalla torretta di avvistamento di Punta Crena, ancora oggi intatta.
L’atmosfera di queste battaglie è immortalata nella leggenda di “Maria tira pan”, una fornaia che mise in fuga i saraceni lanciando contro di essi la brace del forno in cui stava cuocendo il pane.
A memoria del passaggio dei Saraceni sopravvivono nel rione di Varigotti numerose costruzioni di fattura araba, ben conservate ed ancora usate come abitazioni. Infatti, il borgo saraceno, a differenza di quello medioevale di cui parleremo in seguito, è ancora abitato; queste case rappresentano un unicum nella riviera per il loro stile architettonico che ricorda molto i paesi del Sud Italia.
Esse sono costituite prevalentemente da una fabbrica a contrafforti inclinati e con un tetto a terrazza di forma arrotondata in mattoni a vista. Tali costruzioni, fatte risalire a non oltre il XV secolo, denotano una perfetta armonia con il passaggio naturale circostante.
Sollevando lo sguardo oltre i tetti è possibile vedere il promontorio di Punta Crena, al quale è possibile salire tramite Via dei Castelli. Lungo il percorso si incontra prima la già citata torretta di
avvistamento risalente al periodo medioevale da cui si gode una ottima vista.
Continuando lungo la strada si incontra l’antico Borgo medioevale ormai abbandonato che sorge affacciato sulla Baia dei Saraceni dove sono sopravvissute antichissime strutture ormai in disuso.
La costruzione però che più d’ogni altra è in grado di attrarre l’interesse dello storico e dell’appassionato d’arte è senza dubbio la chiesa di San Lorenzo che si incontra proseguendo lungo il sentiero poche centinaia di metri dopo il borgo abbandonato.
Questo bellissimo edificio è stato fortemente danneggiato dall’ultimo conflitto mondiale, durante il quale è stato distrutto il tetto; fortunatamente esso è stato recentemente ricostruito ad opera della Sovraintendenza agli Studi Liguri che ha attuato un profondo restauro della struttura per far risorgere la sua antica bellezza.
Della fondazione primitiva della chiesa rimangono le vicine tombe di età tardo-romana o alto-medievale o frammenti di età bizantina-longobarda, riutilizzati per la fabbrica delle murature.
Attualmente si può osservare una parte più antica costituita dall’abside quadrata e monofore in mattoni ed una parte gotica della parate rivolta verso il mare caratterizzata dalle due porte a sesto acuto del XIV secolo.
Di notevole importanza anche il muso a monte di età preromanica, i resti di una grande tomba probabilmente degli abati, l’acquasantiera, le tombe ed ossari rinvenuti sotto il pavimento e la volta a crocera in mattoni lavorati nella sacrestia aggiunta nel periodo gotico.
Il sentiero poi continua in direzione Noli, offrendo il pittoresco panorama della Baia dei Saraceni e del Malpasso: due spiagge bellissime che possono essere utilizzate dai turisti ( la prima gratuitamente e la seconda con una minima quota, che permette di usufruire del servizio di bagnino e dell’affitto delle sdraio).
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